Convivium - Convivio Spirituale Parlamentare


Riflessioni Dies Memoriae 2007




 

Messaggio del Dr. Gaetano Sottile

Il tema della PACE e’ forse il più popolare in questi giorni e sicuramente in questo inizio di Millennio. La Shoa fu il frutto di atteggiamenti egocentrici ed amorali che, purtroppo, sono piu’ che presenti nella societa’ odierna!

Io credo che lo si affronti razionalmente e pertanto i vari tentativi sembrano tutti andare in fumo. La pace, secondo l’insegnamento biblico e’ un affare del cuore e dell’anima. Il cuore dell’individuo che non ha trovato la pace interiore non può produrre pace nonostante tutti i possibili tentativi.

Consentitemi, allora, di analizzare la mia tesi. Pace e’ innanzitutto,

P erdono

Chi non sa perdonare non può conoscere la pace. Chi non e’ stato perdonato non può perdonare. Il mondo non si divide tra buoni e cattivi, ma tra chi ha accettato il perdono e chi invece crede di non averne bisogno. L’apostolo Paolo in Romani 3: 23 afferma che TUTTI hanno peccato e sono privi della gloria di Dio!

Il potere non risiede nel saper giudicare ma nella forza e volontà di sapere perdonare. Gesu’ dichiarando la sua missione disse: Il figliuol dell’uomo non e’ venuto per giudicare ma per dare la sua vita come prezzo di riscatto… Pensiamo all’atteggiamento del padre di Raffaella uccisa con la propria madre e figlio ad Erba, oppure il famoso discorso di Martin Luter King  “ L’amore della forza o la forza dell’amore” ?

A scoltare il cuore

Ascoltare le ragioni dell’altro e’ un altro fondamento della pace. Chi fa del male sempre reagisce al male che ha subito e che gli ha inacerbito il cuore. Chi fa del male lo subisce e ne aumenta gli effetti nella sua vita. Ascoltare le ferite di chi fa il male e attenta alla pace e’ un atteggiamento fondamentale degli uomini e donne di pace! Dio non guarda all’esteriore, ma al cuore (Apocalisse 3:20). La pace non consiste in proclami di ciò che è giusto, ma nell’ascoltare il cuore degli altri.

C omprendere

Chi ascolta deve anche sforzarsi di capire e comprendere e non isolarsi in un concetto assoluto, giusto o sbagliato che sia.

Lo stesso Dio nel Vecchio Testamento dice agli uomini: “ Venite e ragioniamo insieme, anche se i vostri peccati sono rossi come lo scarlatto li farò più bianchi della neve”! Non possiamo eliminare ciò che produce il male ma possiamo TRASFORMARE la comprensione dei nostri problemi per arrivare alla pace!

E liminare

La memoria del male, nel nostro caso la Shoa, non ha futuro se ricordato per ciò che il male ha prodotto, ma diventa costruttivo se esterna la volontà di operare per la pace basandosi sul perdono, l’ascoltare e la comprensione.

Chi non ha fatto pace con Dio non può instaurare una pace duratura e significativa col prossimo ed e’ questo il messaggio della croce di Gesu’, la pace verticale e personale con Dio, produce la pace orizzontale tra gli uomini.

L’Iddio di Abramo, Isacco e Giacobbe non mostra le spalle ma due grandi braccia pronte a perdonare, ascoltare e comprendere!




 

Messaggio del Mons. Rino Fisichella

Davanti ai drammi della storia non è permesso creare opera di disturbo per liberarsi l’animo e la mente e far cadere tutto nell’oblio. Il Dies Memoriae ha il compito non solo di mantenere vivo il dramma, ma di farlo diventare una provocazione e un monito per le generazioni future. Se si deve far ricorso a una legge, allora bisogna riconoscere il fallimento della nostra opera educativa, che è incapace di creare tradizione, spinta solo dall’illusione del progresso.

Dramma: Il senso di una parola δράμα, cioè un’azione, un fatto; prima di diventare un’espressione teatrale, in cui vengono meno i confini tra chi è attore e chi spettatore. Nel dramma, tutti sono attori perché coinvolti in un’azione globalizzante, dove si esprime la vita con le sue domande fondamentali!

La Shoa suscita diverse reazioni nel cuore:

  1. Vendetta: rendere male per male; biblicamente è ristabilire la giustizia come vittoria sul male. “Non avrai nel tuo cuore odio per il tuo fratello; non ti vendicherai e non conserverai rancore contro i figli del tuo popolo” (Lev. 19,17); “Non dire: restituirò male; dà fiducia al Signore ed egli ti libererà” (Prov. 20,22), “Perché così dice il Signore: a me la vendetta” (Deut. 32,35).
  2. Oblio: il non voler ricordare il male subito, rimuoverlo dalla propria mente per non soffrire o non avere colpa. Viene meno la storia, l’identità e quindi il futuro.
  3. Perdono: anche davanti al peccato più grande “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, ma non lascia senza punizione” (Es. 34,6)

Per la costruzione della pace, l’unica cosa che può realmente vincere è il perdono. Mt 18,33: “Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?...Il Padre mio farà a ciascuno di voi se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

Non c’è pace senza giustizia, ma non c’è pace senza perdono, che è l’acquisizione di responsabiltà.


 

Saluto dell'Ambasciatore di Israele Ghideon Meir

Questo è il settimo anno che l’Italia commemora il Giorno della Memoria in maniera ufficiale e solenne, con tutti gli onori e il rispetto che uno Stato Democratico può riservare a sei milioni di innocenti, vittime di una tragica follia. Ma è anche la mia prima occasione di parlare davanti a voi e di essere presente a questa commemorazione. Perciò scusatemi se continuerò in lingua inglese.

Prima di tutto, permettetemi di ringraziarvi, a nome dello Stato di Israele, per i vostri sforzi e la vostra opera per non dimenticare e per trasmettere la memoria di ciò che è avvenuto alla future generazioni.

So bene che l’Italia è ben impegnata in molte iniziative e attività aventi tale scopo, in vari campi: i mass media producono numerose trasmissioni, reportage e fiction interessanti e molte altre trasmissioni per sensibilizzare il pubblico italiano a tale argomento. Le scuole e le università organizzano giornate di studio, mostre e conferenze, e fanno viaggi ad Auschwitz e in altri campi di sterminio, affinché gli studenti vedano con i propri occhi che cosa l’uomo è stato capace di fare. Le Istituzioni italiane, nazionali, regionali e locali, fanno anche del proprio meglio per onorare questa ricorrenza.

Ma nonostante tutti questi sforzi apprezzabili, non dappertutto la situazione è ottimistica. Assistiamo, in tutto il mondo a tentativi di sminuire la gravità della Shoa e persino di negarne la stessa esistenza.

Come abbiamo visto, purtroppo, nei mesi scorsi, il Presidente iraniano Ahmadinejad ha cercato di miniare in maniera così violenta e pericolosa la coscienza della Shoa in Europa e nel mondo, negandola e ridicolizzandola, offendendo la memoria di milioni di vittime e i sentimenti di migliaia di sopravvissuti. Abbiamo assistito a un grottesco e riprovevole concorso internazionale di caricature e vignette sulla Shoa, promosso proprio dal Presidente iraniano, e anche una cosiddetta “conferenza” internazionale di negazionisti della Shoa.

A parte ciò, è triste vedere come non solo tra i musulmani estremisti e radicali, dove l’antisemitismo e purtroppo presente ormai da anni, anche in Europa e in altri paesi del mondo libero occidentale, molte persone pensano ancora di poter ignorare o persino negare la Shoa, perpetrando in tal modo un antisemitismo più o meno volontariamente, e nascondendosi dietro un presunto anti-sionismo e dietro argomentazioni politiche.

Oggi, dopo oltre 60 anni, sentiamo ancora delle voci che invocano la distruzione dello Stato ebraico, dello Stato d’Israele. Il fatto che la Comunità Internazionale non riesca a trovare un accordo per imporre all’Iran sanzioni più severe ed efficaci, e il fatto che il suo ambasciatore sia accolto ovunque con tutti gli onori e strette di mano, come se non fosse successo nulla, come se il suo governo, uno stato membro dell’Onu, non avesse invocato la distruzione di un altro stato membro dell’Onu; tutto ciò mi disturba e mi preoccupa più di tutto. Per queste ragioni dobbiamo tenere gli occhi ben aperti e non permettere a nessuno di ripetere una tragedia simile al genocidio di sei milioni di ebrei. Per fare ciò non possiamo permetterci di attendere, con le mani conserte, sperando che le cose si aggiustino da sole. La voce dell’Europa deve farsi sentire.

La Shoa è stata una tragedia unica e innegabile. Perpetrando la memoria della Shoa noi continuiamo a stare in guardia contro nuovi fenomeni di anti-semitismo e altri tipi di intolleranza.

Signore e Signore, possiamo noi e l’intero genere umano non conoscere più tali eventi terrificanti. Possa la memoria di sei milioni di ebrei assassinati dai nazisti essere benedetta, e possa la memoria dei Giusti tra le Nazioni che salvarono la vita a migliaia di ebrei essere benedetta.



 

Messaggio del Rabbino Capo Riccardo Di Segni

 

Alla vigilia della II Guerra Mondiale, ci fu un dibattito tra Martin Buber ed il Mahatma Gandhi, che confrontò la situazione degli ebrei in Germania a quella degli indiani in Sud Africa. Secondo il Mahatma bisognava resistere collettivamente all’oppressione, predicando la forza dell’anima. Martin Buber rispose all’invito del Mahatma Gandhi ad un’opposizione pacifica morale,  gli ebrei si erano opposti ai loro oppressioni, senza rinunciare alla propria dignità, ma questo non porto’ alcun effetto. Con ciò intendeva dire che i metodi di opposizione hanno effetti diversi a seconda di dove si svolgono ed a chi si rivolgono. Ma arrivare alla pace con la violenza è una contraddizione. Il tema della Shoa è quindi un tema di provocazione. Non si può realizzare la pace senza la giustizia e senza la verità.
La chiesa cattolica ha effettuato un poderoso cammino verso il principio della verità. C’è la necessità di arrivare alla verità attraverso il coraggio, attraverso la correzione degli atti sbagliati, non cancellando le colpe, ma costruendo con giustizia e verità.



 

Messaggio del Ministro della Difesa Arturo Parisi

Noi ricordiamo

"Racconterai ai tuoi figli", dice in più luoghi la Bibbia (1). C’è un legame profondo, inscindibile, nella testimonianza, tra il testimone e il testimoniato.- tra le persone protagoniste, i fatti accaduti, la loro memoria e il loro significato.  Per questo Dio ordina a Israele di avere figli: per essere raccontato.  Se non si raccontasse, se cessasse il racconto o non ci fossero più persone alle quali raccontare, la memoria della propria storia si perderebbe e con essa il significato della realtà.
Per questo noi ricordiamo.  Raccontare quel che è accaduto, ricordare che accadde davvero è un atto esistenziale - cioè morale, religioso, civile - doveroso. Al punto che non farlo è colpa.  “Se e testimone perché ha visto e sentito qualcosa e non lo riferisce, colui porti il peso del suo peccato”  afferma il libro del Levitico (cfr.  Lv 5, 1).  Il dovere dì testimoniare impone l'obbligo di ascoltare.
Il genocidio degli ebrei in Europa, l'evento della Shoah, oltre che una ferita
indelebile, rappresenta una crisi di civiltà sulla quale non cessiamo di interrogarci e intorno alla quale, col passare del tempo, cresce il problema della trasmissione della memoria.
A mano a mano che i diretti testimoni scompaiono noi abbiamo un dovere e un
compito in più: nessun evento per quanto clamoroso può auto-imporsi definitivamente per il solo fatto di essere accaduto; se non se ne cura la memoria, ascoltando anzitutto i testimoni, pian piano, esso rientra nella normalità.  Allora accanto agli abietti, accanto a coloro che negano l'esistenza stessa di eventi come Auschwitz, accanto a coloro che negano che la Shoah sia stata un evento costitutivo del Novecento, cresceranno gli indifferente, gli immemori. e coloro che confonderanno le vittime e i carnefici.
Testimoniare, ascoltare non significa tuttavia ancora comprendere e questo vale
soprattutto per lo sterminio degli Ebrei in Europa non si sottrae a questa procedura.
Per lo scrittore Elie Wiesel: "Ogni fatto legato a quel periodo sfida la comprensione
umana(2).  Secondo lo storico Saul Friedlander noi "conosciamo nei dettagli ciò che è accaduto, conosciamo la sequenza degli avvenimenti e la loro probabile concatenazione ma ci sfugge la dinamica profonda del fenomeno" (3).  La Shoah appartiene alla storia, è possibile descriverne lo svolgimento, individuarne le tappe, definirne le cause prossime e quelle remote, ma rimane una zona d'ombra, un "buco nero”,  come lo definiva Primo Levi.  Per penetrare questa zona d'ombra, ecco perché come ci invita il francese Enzo Traverso, occorre integrare la riflessione storica con la dimensione della memoria dei protagonista.  Finché siamo in tempo.  Conoscenza e ricordo hanno bisogno di essere ricomposti (4).
Il primo dovere che abbiamo oggi è dunque quello di ascoltare i testimoni, i superstiti.  E"un dovere verso la verità storica, verso le vittime e verso la condizione dei sopravvissuti.
E io voglio farlo dando brevemente la parola a una donna, ebrea, italiana (nata a Pisa e vissuta a Genova, entrata nel 1943 nella resistenza e subito catturata), sopravvissuta a Birkenau, morta qualche mese fa: Liana Millu. " Noi superstiti siamo sempre di meno, sempre più vecchi, più vicini alla fine del nostro gomitolo e abbiamo il dovere di dire, di informare.  Non tanto di
descrivere.- questo è un altro discorso perché il Lager non potrà mai essere recepito da chi non l'ha vissuto.  Ma farne testimonianza dobbiamo.  Viviamo ancora e già da tempo c’è chi sostiene che è tutta propaganda, tutta falsità, i Lager non sono esistiti che come misura igienica: tutte quelle cifre,  tutte quelle storie delle camere a gas sono invenzioni”. (5)
Accanto all’invito alla vigilanza, contro il male più subdolo, l'indifferenza, va posto il registro del ricordo del sopravvissuto. Il dramma più autentico del testimone di una catastrofe coincide con la condizione oggettiva della sua stessa sopravvivenza e col significato che essa può assumere:
"Sono il numero A 5384 di Auschwitz Birkenau.  Dico sono e non sono stata. Lo sono ancora perché il tempo del Lager si prolunga in una parabola che i programmatori nazisti, non avrebbero mai potuto immaginare.  Come tempo massimo della vita dei loro 'Arbeit Stucker' (pezzi da lavoro) avevano stabilito nove mesi: il  periodo di cui ha bisogno la natura per creare un nuovo individuo era stato programmato dagli esperti dei Lager anche come quello necessario (al massimo) per distruggerlo. Quando dico ‘sono’ e non 'sono stata’ e come me potrebbero dirlo i compagni che sono stati a Dachau, a Mauthausen, in qualsiasi altro campo di concentramento - mi riferisco a questo fatto:  il Lager vive ancora dentro di noi.  In certo senso, siamo ancora gente di Lager” (6).
Il dovere di testimoniare suscita l'obbligo di ascoltare.  Il testimone non creduto o non ascoltato patisce il dolore più atroce: questo rifiuto elimina l’unica condizione che può trasformare il dato brutale della pura sopravvivenza nel quale esso si trova in un gesto di pietà e di giustizia verso le vittime e verso di noi. (7)
Lo ha spesso rammentato nei suoi scritti Primo Levi: raccontare l'orrore visto e subito genera nuovamente, in chi lo fa, un “puro dolore" ma non poterlo fare, non essere creduti fa di quella pena un "dolore desolato ", privato del suo significato ultimo. (8)
Se non ascoltiamo, noi condanniamo i sopravvissuti al non-essere del loro dolore. Se non ascoltiamo noi prolunghiamo la violenza sulle vittime, quell'opera che cercò di rendere gli uomini cose. (9)
Credo che stia qui la necessità del racconto dei testimoni.  Solo le testimonianze possono sburocratizzare il male, riumanizzare uomini, donne, vecchi, bambini disumanizzati, resi numeri senza nomi e senza volti.  Poiché essi sono i. soli che possono pronunciare i nomi, raccontare le vite, i mestieri gli affetti e le identità di coloro che giunsero nell'orrore dei campi di concentramento.  Nulla è ad un tempo più debole e più forte di un nome proprio: è il segno unico, primo e ultimo della dignità della persona umana.
Elie Wiesel racconta che nel Lager aveva dimenticato tutto, anche il suo nome; lui era A 7713.  Qualcuno del suo paese e suo padre finché fu vivo, ogni tanto vedendolo lo chiamava per nome ricordandogli il suo nome.  E Wiesel commenta: "Ecco a me questo bastava, era sufficiente per credere che l'uomo fosse capace del Bene ". (10)
Ascoltare dunque. Innanzitutto ascoltare.  Ma che cosa? Ascoltare l'accaduto e, con l'accaduto, la sua accadibilità. Se è accaduto una volta può accadere ancora.  In altri contesti e condizioni, ad altri e persino al testimone stesso.  Può accadere ancora.  In questo sta la difficoltà di ascoltare.
Noi ascoltiamo come l'umanità dell'uomo rimanga sempre una possibilità, mai un dato di fatto acquisito una volta per tutte.
La parola del testimone dice della nostra fallibilità, della fallibilità delle nostre responsabilità, del possibile fallimento delle nostre costruzioni valoriali, delle nostre facili illusioni se non ci misuriamo col male storicamente possibile, che è il male storicamente accaduto.
In questo senso dobbiamo fare i conti con le nostre responsabilità storiche.  Qui parlo per noi, per l'Italia e per. gli italiani.  Anche noi non siamo stati immuni da quel male storico al confini del male assoluto.  Anche la nostra patria, la nostra nazione in quella sequenza agghiacciante di nazionalismo fascismo - culto della morte come educatrice delle elite (11) - leggi razziali - campi di concentramento - deportazioni - sterminio ha tradito i suoi figli.
Poiché gli ebrei italiani erano anzitutto italiani. italiani tra Italiani.  Avevano concorso alla costruzione del nostro stato unitario lungo l'ottocento e la stagione risorgimentale, avevano concorso all'acquisizione delle nostre conquiste liberali.  Vi è un debito della nazione verso i suoi figli traditi.  Noi non abbiamo fatto ancora fino in fondo i conti con l'istituzione delle leggi razziali e il conseguente innesco della catena dì deportazione e di distruzione degli italiani di religione ebraica.
C’è ancora un mea culpa da fare, non solo morale, bensì culturale, civile, politico, legato alle responsabilità pubbliche nei diversi settori della nostra società, dall'Università al pubblico impiego, dalle professioni alla scuola.  E questo atto va fatto come italiani e come nazione italiana.  Da italiani a italiani.
Da ultimo non posso non legare assieme quella consapevolezza del nostro tradimento alla consapevolezza delle nostre attuali responsabilità. Dobbiamo evitare altri tradimenti, portatori di nuovi possibili lutti.
Sì, penso al nostro impegno in favore della pace in diverse aree dei mondo, contro le vecchie e le nuove forme di odio e di offesa alla dignità umana.  Penso allo spirito della nostra Carta costituzionale, scritta all'indomani di quell'immane tragedia compiuta nel cuore dell'Europa.  Essa ci ricorda, ci chiede, ci obbliga ad assumere il valore della pace come fine e come modo di rapportarci agli altri paesi, alle altre nazioni, agli altri popoli.  Quel valore costituisce per noi una responsabilità attiva, non un atto egoistico rivolto verso noi stessi, finalizzato al nostro vivere quieto, al nostro starcene "in pace".
La pace è oggi un valore a rischio che va affermato attivamente, responsabilmente il nostro rischio di oggi, la nostra colpa attuale potrebbe essere quella di un mancato esercizio di responsabilità.  La nostra colpa potrebbe oggi consistere in un'omissione di consapevolezza e di responsabilità.
Mentre pronunciamo i nomi e ricordiamo i volti delle vittime dello sterminio nazista, dobbiamo impedire che altri nomi e altri volti siano negati e sfigurati nella loro dignità di persone umane.  Anche per questo noi ricordiamo.


(1)  il comando di raccontare, ricordare, sia di fronte al bene sia di fronte al male, e uno del punti fondamentali della fede biblica, dell’idea  biblica di giustizia e di pietà "Perché tu possa  raccontare e fissare nella memoria di tuo figlioe di tua nipote come io ho trattato gli egizi " (Es 10,2); "Ricordati di  ciò  che ti h afatto Amalek... non dimenticare" (Dt 25, 17 - 19).  Cfr in proposito André Neher, L’exil de la parole, Du silente biblique au silence d’Auschwitz, Seuil,  Parigi 1970.

(2) Cfr.  Elie Wiesel, in M. R Marrus, L'Olocausto nella storia, Il  Mulino, Bologna 1994, p. 7.

(3) Saul Friedlander, La Germania e gli  ebrei (l'933 - 1938), Garzanti.  Milano 1998.

(4) Cfr.  Enzo Traverso, Gli ebrei e la Germania, Auschwitz  e la simbiosi  ebraico-tedesca, Il Mulino, Bologna1994

(5) Liana Millu, Dopo il fumo, Morrelliana, Brescia 1999.  Di Liana Millu vedi anche: Il fumo di Birkenau, La Prora, Milano 1947 e presso I.a Giuntina, Firenze 1979; e Tagebuch. Il diario del ritorno dal Lager, La Giuntina, Firenze, 2006.

(6) Liana Millu, Dopo il fumo, op. cit.

(7) Cfr. Pietro Stefani, Ma chi siamo noi, in Liana Millu, Dopo il fumo, Morelliana, Brescia 1999.

(8) Cfr.  Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.

(9) Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, Einaudi, Torino 1995.

(10) Elie Wiese, op. Cit.

(11) George L. Mosse, L’Olacausto, la morte e la memoria della guerra, lectio doctoralis, Camrino, 1995




 

Intervento del Senatore Lucio Malan

Sono trascorsi sette anni da quando il Parlamento ha approvato, con voto unanime, la legge che istituisce il Giorno della Memoria “in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.
Il tempo passato da allora non ha purtroppo reso meno attuale il tema.
Non potremmo infatti degnamente ricordare gli ebrei sterminati allora se restassimo indifferenti di fronte alle minacce nei confronti degli ebrei che oggi - dopo quasi duemila anni - sono tornati a vivere come popolo libero nella loro terra.
Queste minacce non possono essere sottovalutate e non a caso sono accompagnate dalla negazione della Shoah.
All'inizio degli anni '20 pochissimi pensavano che costituisse un pericolo un giovane agitatore che a Monaco parlava di eliminare tutti gli ebrei di Germania.
Troppi non credettero e comunque non reagirono neppure quando quell’agitatore, preso il potere lo sterminio lo attuava.
Oggi non è un piccolo agitatore di provincia, ma il leader di un paese dalla lunghissima storia e ricco di risorse a dire cose molto simili.
E oggi come allora gli scellerati propositi dei malvagi non sono il pericolo più grande.
Il pericolo più grande è l'indifferenza di coloro che si ritengono buoni e che per altri versi sono buoni.
L'indifferenza di troppi di fronte al crimine mostruoso, di fronte alla suprema ingiustizia è ciò che ha permesso la Shoah, nel cuore dell'Europa e le leggi razziali in Italia.
Ed è giusto che la legge istitutiva includa il ricordo di tutti i deportati militari e politici italiani nei campi nazisti: loro non restarono indifferenti ma affrontando la prigionia dove molti persero la vita
contribuirono alla sconfitta della mostruosa tirannide nazista.
L'impegno di tutti, in tutti i giorni dell'anno e non solo in questo, deve essere perciò quello di combattere l'indifferenza e di vigilare ogni giorno perché i fatti di allora non accadano mai più.
E quando diciamo "mai più" non dobbiamo pensare di formulare un augurio ma essere consapevoli di prendere un impegno.
Perché vigilare, difendere la verità e combattere l'indifferenza dipende da ciascuno di noi.
La memoria di ciò che è avvenuto non vive nelle leggi e nei libri se non vive innanzitutto nei nostri cuori e nelle nostre azioni.




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